Consumo di cannabis: quali rischi per la salute mentale?

Cannabis, l’esperto ai giovani: “Gli effetti non sono acqua fresca”. É a partire da questo titolo apparso sul sito dell’agenzia di stampa nazionale DIRE  il 31 ottobre 2017 che la redazione di Drug Advisor ha pensato di occuparsi degli effetti della cannabis  e in particolare delle connessioni tra il consumo di questa sostanza e l’insorgere di episodi psicotici. Gioacchino Calapai, intervenuto in occasione del 38esimo Congresso Sif (Società italiana di farmacologia) e autore della frase citata nel titolo dell’articolo, parla di effetti indesiderati della cannabis soprattutto per il cervello non ha ancora raggiunto il suo pieno sviluppo e gli effetti percepiti sono molto intensi, così come i rischi per la salute. Abbiamo deciso di approfondire la tematica anche per fornire ai genitori e agli altri adulti qualche strumento per ampliare le conoscenze sul tema e riuscire quindi ad affrontarlo all’interno della relazione con gli/le adolescenti.

Questo articolo darà voce a più di un esperto: inizieremo con l’analisi dei risultati di una ricerca condotta a Londra da una psichiatra italiana, Marta Di Forti per poi dare spazio al dott. Davide Rambaldi, educatore professionale del Ser.T di San Giovanni in Persiceto, comune della provincia di Bologna.

La Dott.ssa Di Forti ha effettuato uno studio comparativo su un gruppo di pazienti affetti da psicosi e un gruppo di controllo definito “sano”, ovvero privo di persone affette da malattie psichiche, per indagare le eventuali connessioni tra il consumo di cannabis e l’insorgere di patologie psichiatriche come la psicosi e la schizofrenia. Dalla sua ricerca emerge effettivamente una correlazione positiva ma occorre specificare alcune variabili per comprendere appieno questo risultato ed interpretarlo correttamente. Innanzitutto precisiamo che la ricerca della Dott.ssa Di Forti ha evidenziato una connessione tra psicosi e consumo di cannabinoidi esclusivamente nel campione costituito da pazienti psichiatrici, quindi in chi ha già sviluppato la malattia o in quegli individui che già hanno manifestato alcuni sintomi.

La domanda che spesso appare sui questionari che cercano di indagare le abitudini di consumo, suona più o meno così: “ha mai fatto uso di cannabis nell’arco della sua vita?”. È evidente che una risposta affermativa a tale quesito comprende un’ampia gamma di consumatori: c’è quello sperimentale, che dopo un breve periodo decide di sospendere l’utilizzo, c’è il consumatore occasionale che fuma solo in compagnia degli amici nel week-end e infine possiamo trovare il consumatore abituale che fuma quotidianamente. Per questa ragione lo studio ha ritenuto opportuno approfondire lo stile di consumo dei partecipanti all’indagine. Rispetto ai due gruppi presi in esame, i ricercatori non hanno rilevato differenze statisticamente rilevanti, ovvero in entrambi i gruppi era presente più o meno la stessa percentuale di consumatori di cannabis. Approfondendo la lettura degli stili di consumo, ovvero la frequenza e la durata ma anche il tipo di cannabis utilizzato (erba o hashish? Con quale concentrazione di THC? E di CBD?), è emersa una profonda differenza: i consumatori appartenenti al gruppo dei pazienti psichiatrici hanno dichiarato di avere una particolare predilezione per un tipo di erba detto “Skunk” e di averla consumata abitualmente per diversi anni, i fumatori di cannabis del gruppo di controllo hanno invece rivelato di averne fatto un uso sporadico e per un breve periodo di tempo e di aver sempre preferito l’hashish. Questo dato è estremamente significativo poiché ci fa riflettere su quanto sia importante conoscere gli effetti di due componenti della cannabis: il THC e il CBD.

Il primo – e il cui nome per esteso è delta-9-tetraidrocannabinolo – è responsabile dell’effetto blandamente allucinogeno della sostanza ma anche dei possibili effetti indesiderati quali aumento dell’ansia, paranoia, difficoltà respiratorie, e che nella cannabis naturale che veniva utilizzata a scopo ricreativo fino ad una ventina di anni fa venivano tenuti sotto controllo dalla proporzionata concentrazione di CBD (cannabidiolo), l’altra sostanza sopra citata.

Il problema della varietà di cannabis, la Skunk, nominata nello studio della psichiatra Di Forti, è proprio l’elevata percentuale di THC che arriva al 18% (contro il 4% della pianta naturale), a fronte di una concentrazione di CBD che rimane a livelli paragonabili alla pianta non trattata o modificata. É evidente che numeri di questo tipo siano responsabili di un effetto allucinogeno sicuramente diverso rispetto a quello sperimentato da chi fuma hashish (che mantiene una più alta concentrazione di CBD) o marijuana naturale. I pazienti psichiatrici intervistati hanno dichiarato di preferire la Skunk per l’intenso piacere derivante dai suoi effetti, effetti che in alcuni casi ne peggioravano le crisi psicotiche.

Per dovere di completezza specifichiamo che la varietà Skunk di cui si parla sopra non è così diffusa in Italia e che se volessimo estendere i risultati di questa indagine al nostro paese, dovremmo parlare di cannabis ad elevata potenza, disponibile anche sul mercato (illegale) italiano.

Tornando allo studio di Di Forti, riteniamo significativa la conclusione cui è giunta, ovvero l’importanza dell’informazione e la necessità che i consumatori, ma anche gli adulti di riferimento degli/delle adolescenti, siano formati in modo scientifico e senza stereotipi o pregiudizi sull’argomento. É proprio con questa conclusione che abbiamo iniziato la nostra intervista a Davide Rambaldi.

Abbiamo incontrato il Dott. Davide Rambaldi nel suo studio al Ser.T di San Giovanni in Persiceto dove lavora da 20 anni come educatore professionale. Personalmente non ha mai trattato casi di consumo di cannabis che abbiano fatto emergere una psicosi ma ha assistito a diversi casi nei quali il consumo di cocaina è associato a crisi psicotiche. Secondo Rambaldi probabilmente chi consuma cannabinoidi e si trova di fronte ad un problema psichico si rivolge al centro di salute mentale, non al Ser.T, anche perché la quasi totalità dei consumatori di cannabis pensa che questa sia una sostanza del tutto innocua per la salute, per cui non viene mai associata a disturbi di tipo psichico che se compaiono verranno quindi affrontati al Servizio deputato, il CSM.

Rambaldi sostiene che una pratica di prevenzione primaria efficace debba sicuramente puntare sulle informazioni soffermandosi sul piacere – perché se le sostanze funzionano è perché si prova piacere – e su ciò che piacere significa per il nostro interlocutore, sulle sue rappresentazioni, sugli effetti ricercati così come su quelli indesiderati ma anche sui rischi per la salute mentale. Occorre inoltre inserire il dato scientifico all’interno della cultura consumista in cui siamo immersi. Le sostanze sono a tutti gli effetti dei prodotti di consumo e l’uomo oggi si identifica molto nel ruolo di consumatore. É parlando di cannabis come di una merce inserita in una cornice di marketing aggressivo che si dovrebbe fare prevenzione. A proposito di pubblicità del prodotto cannabis, facciamo una digressione su alcuni artisti rap che fanno spesso riferimenti espliciti alla sostanza all’interno dei loro brani, cosa che fino a qualche anno fa avveniva con richiami velati o in codice. Anche la musica si adatta o detta le nuove tendenze. Perché di tendenza si tratta. Oggi il fumatore di cannabis è trasversale a tutte le categorie socioculturali e negli adolescenti  consumare marijuana appare sempre più come una pratica normalizzata.

Oggi non è più così trasgressivo fare uso di cannabis anche se rimane comunque una sostanza illegale la cui detenzione è punita con una sanzione amministrativa . Forse trattare la marijuana come un qualsiasi altro prodotto e il suo consumo come una moda può essere una chiave di lettura efficace per trattare l’argomento con un/una adolescente e, per dirla con Rambaldi,  iniziare a fare controcultura.